Ama Dablam | 1958 SW Ridge

A UK expedition to Ama Dablam in 1958 via SW Ridge, led by Alfred Gregory. 6 members recorded.

Expedition Details

Field Value
ID 2642
Imported 2026-03-06 18:04:49.359634
Expedition ID AMAD58301
Peak ID AMAD
Year 1958
Season 3
Host Country 1
Route 1 SW Ridge
Route 2 -
Route 3 -
Route 4 -
Nationality UK
Leaders Alfred Gregory
Sponsor -
Success 1 False
Success 2 False
Success 3 False
Success 4 False
Ascent 1 -
Ascent 2 -
Ascent 3 -
Ascent 4 -
Claimed False
Disputed False
Countries Italy
Approach -
Basecamp Date -
Summit Date -
Summit Time -
Summit Days 0
Total Days 0
Termination Date -
Termination Reason 10
Termination Notes Abandoned at 6000m due to difficulty of rock and ice
High Point (m) 6000
Traverse False
Ski False
Paraglide False
Camps 2
Fixed Rope (m) 0
Total Members 6
Summit Members 0
Member Deaths 0
Total Hired 2
Summit Hired 0
Hired Deaths 0
No Hired False
O2 Used False
O2 None True
O2 Climb False
O2 Descent False
O2 Sleep False
O2 Medical False
O2 Taken False
O2 Unknown False
Other Summits Climbed Island Peak (IMJA-583-01); attempted Cho Polu (CHOP-583-01); recon Lhotse Shar (LSHR-583-01)
Campsites BC,C1,C2,xxx(6000m)
Route Notes LE PRIME FOTOGRAFIE DELLA SPEDIZIONE ITALOINGLESE SULL’HIMALAYA   L’inferno è sul tetto del mondo   Una nuova pagina drammatica della lotta per la conquista delle più alte vette del mondo nel racconto di due famosi scalatori italiani   Il vecchio ingegnere scalatore Piero Ghiglione e la famosa guida Giuseppe Pirovano si sono uniti lo scorso ottobre a quattro inglesi e hanno formato una spedizione anglo-italiana. Gli scopi erano due: esplorare  a fondo, per la prima volta, le tre immense valli ai piedi occidentali del gruppo che fa capo alla cima più alta del mondo, e tentare la prima ascensione di una montagna favolosa, ritenuta una delle più ardue dell’intera catena himalayana: l’Hama Dablàm, di quasi settemila metri. Il primo risultato è stato conseguito e ne trarrà particolare vantaggio la cartografia dell’Everest, ancora sommaria e imprecisa; il secondo e stato fallito per un soffio: Pirovano e il suo compagno di cordata Cunningham furono buttati indietro quando avevano la vetta a poche centinaia di metri. Ma altre vie su nuove altissime cime sono state saggiate, ed è stata raggiunta la vetta inviolata dell’Island Peak, a circa 6500 metri, da due cordate, una delle quali guidata da Piero Ghiglione. Capo della spedizione era Alfred Gregory, lo scalatore inglese esperto dell’Everest, per avere fatto parte del la spedizione che lo conquistò sei anni fa. Gli altri tre inglesi John Cunningham, Dick Cook, Cyril Levene, il medico. Piero Ghiglione era stato nell’Himalaya altre tre volte, ma mai nella zona dell’Everest. Giuseppe Pirovano era reduce della sua prima fortunata spedizione d’oltreoceano, fra i colossi delle Ande settentrionali. “La cosa più imprevista”, dice Pirovano, “ciò che colpisce più profondamente di queste regioni sono secondo me le distanze”. La piccola spedizione camminò infatti, a piedi, per monti e per valli cinquecento chilometri per giungere alla testa dei ghiacciai. Cinquecento per andare e altrettanti per tornare. “Vedi l’Himalaya dalla pianura indiana o nepalese come le Alpi dalla pianura padana; non percepisci le proporzioni diverse. Poi cominci a camminare, e cammini settimane e settimane. Il sentiero, largo una spanna quando c’è, non aggira i valichi o i colli: sale diritto, verticale, magari per un dislivello di mille metri (e tu speri di aver guadagnato quota), poi precipita di nuovo a picco, in fondo a una vallata parallela alla prima. È la marcia della disperazione”. I sei europei associarono i portatori sherpa in un villaggio nepalese, Thengpoche, a 3750 metri d’altitudine. Ne occorrevano ventisette, ma non vi erano uomini in numero sufficiente: si offrirono così le “sherpani”, donne portatrici, le quali si rivelarono incredibilmente resistenti. Vestivano ampie gonne di lana colorata e calzari rossi, comuni anche nel vicino Tibet, e avevano spalle robuste e piede sicuro non meno degli uomini. Quando la carovana si fermava, al tramonto, per erigere uno degli innumerevoli campi lungo la via dell’Everest, gli uomini si radunavano a cantare in cerchio mentre le “sherpani” andavano al torrente di fondovalle e si mettevano gaiamente a lavare. Quattro chilometri a nord di Thengpoche, Ghiglione e Pirovano ebbero la prima grossa sorpresa: poterono mettersi in capo lo scalpo dello yeti. L’ “abominevole uomo delle nevi”. Lo trovarono nel celebre monastero di Pangpoche, ove li introdusse un priore buddista non senza l’obolo di alcune rupie. Dopo ulteriori contrattazioni costui si risolse a mostrare il cimelio. “Sembra autentico”, dice Ghiglione. “Il monaco spiegò che quello yeti era stato ucciso il secolo scorso da un gran lama. Il fatto era avvenuto sulle montagne soprastanti al monastero. Lo scalpo è una cotenna di colore grigio scuro, divisa in due parti e cucita per farla stare unita; i capelli, o i peli. sono rossicci, piuttosto fini e lisci”. A Ghiglione non sembra che possa trattarsi della pelle di un orso o di un altro quadrupede. “Per me” dice, “lo yeti è una scimmia antropoide e quello scalpo e quei peli sottili lo dovrebbero dimostrare”. La carovana entrò nella regione dell’Everest risalendo la valle verso nord, lungo il fiume Imja. Tre grandi ghiacciai formano l’ossatura sud-occidentale del gruppo: l’Hongu Mera, l’Imja Khola e il Kumbu. Sopra questi si ergono tre cime di settemila metri: l’Hama Dablàm (m. 6850), il Nuptse (metri 7827), il Pumori (m. 7145), e insieme all’Everest (m. 8840) un altro famoso “ottomila”, il Lhotse Shar (m. 8387). Le creste e i colli fra queste cime non scendono mai sotto i cinquemila metri, e vette minori sono considerate quelle millecinquecento metri più alte del Monte Bianco. “L’Everest lo vedemmo per la prima volta dalla pianura”, dice Pirovano, “quando mancavano venti giorni di cammino per arrivargli sotto. Poi lo perdemmo di vista, sembrava sparito fra la selva di montagne. Ce lo ritrovammo di faccia tutto a un tratto a una curva di una valle: è una visione indescrivibile, l’occhio umano non è abituato a valutare dimensioni così mostruose”. Poi, salendo lungo il versante opposto del Khumbu, il ghiacciaio che lambisce i piedi del gigante, lo stesso Pirovano ebbe l’impressione di poterlo toccare. Fu sul Pumori che la spedizione al completo risalì fino a un’altezza di seimila metri allo scopo di studiare l’orografia circostante come da una balconata panoramica. Il Pumori è uno dei “settemila” vergini più ambiti dagli scalatori di tutto il mondo: è una delle sentinelle dell’Everest ed è una montagna stupenda, per conto suo. “ La via di salita, in quella ricognizione”, osserva Pirovano, “l’abbiamo studiata fino nei particolari”. Dall’ultimo campo sul Pumori, una tenda piantata a filo di cresta, gli alpinisti poterono riconoscere l’intero sviluppo del ghiacciaio Khumbu, labirinto di pinnacoli e di obelischi glaciali alti come icebergs, e la faccia occidentale dell’Everest dal famoso colle nord, a settemila metri, al colle sud, a ottomila. Il primo rappresentò la via tentata dai primi inglesi che assalirono l’Everest; il secondo quella percorsa dagli uomini vittoriosi del colonnello Hunt. Nel fondo di questo quadro si stagliava la piramide dell’altro “ottomila”, il Lhotse. In basso, infine, potè venire osservato un celebre passo himalayano, il Lho-la, che conduce direttamente al Tibet. Ghiglione e Gregory presero numerose annotazioni per arricchire la topografia della regione. La seconda valle esplorata dalla spedizione è stata quella dell’Imja Khola, il fiume che scaturisce dal gigantesco ghiacciaio omonimo. Esso si estende a sud dell’Everest e giunge ai piedi del Lhotse. La carovana la risalì per intero, aggirando guglie di ghiaccio alte una ottantina di metri. Nessuno era rnai stato finora sul suo bacino superiore, ove confluiscono altri ghiacciai minori discendenti dal gruppo del Lhotse che è composto da tre vette congiunte da una lunghissima crosta. A questo punto i sei uomini si divisero: Pirovano e Cunningham, con alcuni sherpa, mossero contro un “settemila” di grande nome, il Chopulu: Gregory, Ghiglione, Cook e Levene, con altri portatori, si diressero invece alla conquista dell’Island Peak. Alfred Gregory era impegnato nel girare un film, e non potè offrire aiuto alla cordata di Pirovano. Un peccato, perché sarebbe bastato un minimo appoggio per consentire la prima conquista di una delle cime più belle di tutto l’Himalaya. Pirovano e Cunningham, con i tre sherpa di scorta, attraversarono faticosamente il complicato ghiacciaio del Lhotse Shar. Il tempo volse al brutto proprio il giorno in cui attaccarono la parete di ghiaccio che sale al colle nord del Chopulu. Nevicò abbondantemente e l’immenso scivolo glaciale alto circa un chilometro divenne proibitivo. Pirovano forzò la situazione  (“Ho fatto cose molto al di là della prudenza”, dice) e riuscì in una giornata a raggiungere il colle, a 6300 metri. La mattina successiva nevicò ancora. Sempre in testa, Pirovano ripartì. Il giovane Cunningham lo seguiva volonterosamente, con coraggio, ma non era all’altezza di dargli il cambio. La guida italiana intagliò scalini nel ghiaccio, fra i sei e i settemila metri, per due giorni, quasi ininterottamente. Salirono lungo la cresta, erta e insidiosa per le grandi cornici sporgenti sul vuoto. Alcune le superarono di sopra, altre di sotto, a filo sul baratro di duemila metri che sovrasta il ghiacciaio di Barun. Nel primo pomeriggio si scatenò la bufera, ma Pirovano avanzò ancora: la vetta del Chopulu, a 7020 metri, non era più lontana. Giunsero a 6900 metri, forse più. L’ultimo tratto era interamente visibile e non presentava difficoltà, ma ormai il monsone cresceva di forza a ogni minuto. Gli occhiali coperti dalla neve, il volto incrostato di ghiaccio, Pirovano si volse e disse al suo compagno: “In cima ci arriviamo. Ma non torneremo”. Cunningham rispose soltanto: “Torniamo”. La discesa fu drammatica, tuttavia senza incidenti. La bufera continuò per giorni, minacciò di strappare la tenda che i due uomini con i chiodi ancoravano alla roccia nei diversi bivacchi, e alla fine ricoprì la montagna di un manto così spesso di neve fresca da togliere ogni speranza per un ulteriore tentativo. “Se avessimo avuto un campo attrezzato più in alto”, dice Pirovano, “avremmo potuto benissimo toccare la cima e discendere per tempo. In due soli è follia tentare un “settemila” himalayano”. I due gruppi della spedizione si ritrovarono sul ghiacciaio dell’Imja. Gregory e Ghiglione, in sei ore di salita, avevano conquistato la bianca cima dell’Island Peak. Ora non rimaneva che affrontare la terza vallata, quella ancora più a sud, dell’Hongu Mera. Pirovano e Cunningham, dall’alto del Chopulu, l’avevano guardata lungamente: a picco sopra di essa svettava  l’Hama Dablàm, la vertiginosa piramide di ghiaccio e granito, “Cervino dell’Himalaya”, che sarebbe stata il loro prossimo avversario.
Accidents -
Achievement -
Agency -
Commercial Route True
Standard Route False
Primary Route False
Primary Member False
Primary Reference -
Primary ID -
Checksum 4793
Year 1958
Summit Success False
O2 Summary None
Route (lowercase) sw ridge

Members

6 recorded members.

Name Sex Year of Birth Citizenship Status Residence Occupation
Alfred John (Alf) Gregory M 1913 UK Leader Blackpool, Lancashire, England - Details Other expeditions
Piero Ghiglione M 1883 Italy Climber - - Details Other expeditions
Cyril Levene M - UK Exp Doctor - Physician Details Other expeditions
Richard (Dick) Cook M 1902 UK Climber - - Details Other expeditions
John Cunningham M 1927 UK Climber - - Details Other expeditions
Giuseppe Pirovono M - Italy Climber - - Details Other expeditions

References

6 recorded references.